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Su Marte e non ho nulla da mettermi

Scritto da Luca / Illustrato da Elisa

Ci stanno promettendo che, nel 2024, arriveremo su Marte. Non tutti, non noi probabilmente (sarà un viaggetto abbastanza costoso), ma qualcuno, esseri umani, ci arriveranno. 

Si pensa alle tecnologie per viaggiare, per velocizzare le navicelle spaziali, si cercano nuovi carburanti e anche nuovi sistemi di comunicazione ed è chiaro che le prime persone che ci andranno (e che non torneranno indietro) saranno i colonizzatori di un nuovo pianeta, e quindi non potranno portarsi tutto dietro, ma dovranno arrivare e attrezzarsi per produrre. Si porteranno stampanti 3D per costruire tutto, si stanno studiando metodi di coltivazione (che sembrano impossibili, in una terra come quella di Marte). La vita, a oltre 60 milioni di Km dalla terra, è un’esperienza complicata, e per assurdo la cosa più “semplice” è arrivarci…

Pensate, però, che c’è dell’altro: qualcuno sta studiando come si dovranno vestire i primi abitanti umani sul Pianeta Rosso. Ci stanno pensando Istituti come il MIT, dove si ricercano soluzioni idonee a creare tute che possano avere una funzione analoga alla pelle, una “seconda pelle” che possa proteggere le persone in ambienti “alternativi” e si stanno studiando tute completamente diverse rispetto a quelle finora usate per le esplorazioni per la Luna non sono idonei a Marte, dove la gravità non è pari allo zero (anche sulla Luna c’è forza di gravità, ma molto molto bassa) è pari 1/3 di quella presente sulla Terra, quindi diventerebbe un’impresa epica muovere solo qualche passo con indumenti nati per per vivere a gravità zero. 

Ancora più affascinante è che, tra tutti gli indumenti, quelli che stanno preoccupando di più gli studiosi sono i guanti: non solo perché serve grande mobilità per le dita e per garantire sufficiente capacità protettiva, ma anche perché le mani hanno un ruolo sociale di comunicazione importantissimo: pensate al linguaggio dei segni quanto può essere utile a distanza, per esempio quando la radio si guasta in un ambito così poco “confortevole” come una landa polverosa e totalmente isolata su Marte. Il professor Michael Lye, che ha tenuto lezioni sul design degli indumenti per Marte presso la Rhode Island School of Design e che ha lavorato con la NASA, ha spiegato quanto sia  facile immaginare come le comunicazioni “manuali” possano essere più veloci, e anche più private, nelle situazioni in cui gruppi più numerosi si trovano all’esterno per trovare materiali da costruzione o effettuare ricerche.

Il futuro è, anche, legato quindi all’identificare nuove tecnologie da indossare: strumenti (smartwatch, occhiali con realtà aumentata, sensori) ma anche tessuti. Un piccolo collegamento con la storia di Back2You: una delle ispirazioni portanti del progetto di questa azienda arriva da lontano, una giovanissima Alessandra de Leonardis, la fondatrice e la creatrice di tutte le collezioni, era affascinata dall'idea che il vestito nel futuro diventasse una sorta di seconda pelle, un sottile guscio capace di proteggere dall'ignoto, pur consentendo la massima libertà dei movimenti. Quando ha poi iniziato la tua attività di designer di abbigliamento questo “sogno” si è sviluppato nella creazione di capi che usando i nuovi tessuti elastici e le nuove microfibre,  liberavano finalmente il corpo consentendo all'energia di irradiarsi liberamente e interagire con l'esterno (è stata fra le prime sperimentatrici di nuovi filati elastici e microfibre per esempio). E Back2You utilizza tessuti con bioceramica che sono stati studiati, inizialmente, proprio per aiutare la forma fisica degli astronauti. Punti che si uniscono, tra passato, presente, futuro, tra passione e voglia di inseguire e raggiungere i sogni.

Forse non andremo su Marte, ma possiamo vivere  meglio sulla Terra, facendo scelte che ci fanno guardare oltre, per il nostro benessere e per la voglia di uscire dagli schemi.


back2you