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Donne di Islanda

di Santina

L’Islanda oggi è considerato tra i paesi al mondo più avanti nel cammino verso la parità dei sessi. Leggi che tutelano la parità economica e modelli di welfare hanno negli anni cambiato la percezione della donna come sesso “debole”, tutelandone la possibilità di affermarsi nel mondo del lavoro. Tra le ultime conquiste la figura del revisore “di genere”, che verifica in azienda la parità salariale e la fa rispettare, pena sanzioni salate.


Abbiamo immaginato di svegliarci tra qualche anno in Islanda. La nostra mattinata al femminile andrebbe più o meno così.


 


Fuori freddo, la temperatura si è abbassata ancora, ma per fortuna il riscaldamento tira dritto. Scelgo la gonna grigia, oggi in azienda ci sarà il revisore di genere e non voglio dare l’impressione di accodarmi ai colleghi in giacca e cravatta. Del resto il revisore è lì per certificare che i nostri stipendi siano analoghi, non la nostra modalità di vestire nel guadagnarceli.


Ricordo ancora le prime volte: il viso tirato del direttore, le risatine sottovoce del collega convinto si trattasse di una formalità, gli occhi bassi di noi tutte, come se l’analisi del nostro stipendio avesse a che fare con l’indagine sulla nostra capacità di meritarcelo.


E poi, la prima multa, a dimostrazione che le leggi servono se c’è un sistema che le salvaguarda.


Fuori per le strade campeggiavano ancora i cartelloni dove per guadagnarsi uno sguardo dovevi abbassare giù il vestito di parecchi centimetri. Vigdis prima, Johanna poi e Katrin* adesso hanno seminato sul terreno duro dell’abitudine fin quando anche gli obiettivi delle campagne pubblicitarie si sono accorti che raccontarci era molto più difficile che denudarci.


Sono passati una manciata di anni, ma sembrano trascorsi così velocemente.


Oggi i conti torneranno tutti, gli stipendi delle gonne sono oramai al pari di quelli con i pantaloni, senza bisogno di tiratine d’orecchie.


Doris mi guarda con i suoi occhioni spalancati dentro la culla. Aspetta insieme a me la tata con cui passerà una parte della giornata, fin quando Ólafur non uscirà dal lavoro dopo pranzo. Benedetto congedo paterno, potrò immergermi nella riunione del pomeriggio senza troppi rimorsi.


Dalla radio arriva l’eco delle notizie di altri paesi, ancora incagliati nella strada tortuosa del riconoscimento della parità. Sento le proteste delle manifestanti del #MeeToo che parlano di atteggiamenti, abitudini, atti di aggressione. Poche volte fanno cenna alle buste paga: come se gli squilibri di genere non fossero profondamente radicati in quelli dei conti in banca.


La politica continua a ballare in mezzo ai botta e risposta di uomini che giocano al mascho alfa. Farebbe bene ai capi di stato una passeggiata dentro il nostro museo fallologico: in mezzo alle misure delle altre 93 specie maschili presenti, sarebbero costretti a ridimensionarsi un po’.


La chiave gira nella toppa, la tata è arrivata.


Un bacio a Doris, l’ultima raccomandazione per quelle colichette che ci hanno tenute sveglie stanotte e uno sguardo allo specchio.


Anche in Islanda essere donna è sempre una fatica, ma forse un po’ meno che altrove nel mondo.


 


 


* Vigdis Finnbogadottir presidentessa dell’Islanda nel 1980, Jóhanna Sigurðardóttir capo del governo omosessuale dal 2009 al 2013, Katrín Jakobsdóttir premier dal 2017